6.11.07

I monumenti… scompaiono

Ecco un vecchio articolo dello scomparso Giammario Sgattoni a proposito dei monumenti di Teramo. L'articolo è stato pubblicato su «Il Messaggero» del 10-9-1969 e ripubblicato anche in Fare Cultura a Teramo. Testimonianza di Pasquale Limoncelli, Carlo Levi, Teramo, Edigrafital, 980, p. 47
-------

Decine e decine le proteste e le accuse dell’ispettore onorario. Una lettera di Giammario Sgattoni

I monumenti… scompaiono
L’ispettore per i monumenti e le antichità polemizza con le «ragioni superiori» che hanno sacrificato le bellezze del Teramano alle esigenze della «società dei consumi», impedito di riordinare museo civico, di aprire un museo d'arte sacra e rovinato il Teatro romano - Una disamina della situazione


Dal collega Giammario Sgattoni, ispettore per i monumenti e le antichità del Teramano, riceviamo la seguente lettera:



«Cari colleghi, le zaffate di benzina combusta già riammorbano dannunzievolmente le nari, addio ora di sosta a discorrere tranquilli con gli amici, ad ammirare senza patemi la bella vetrina, l’unica che c’è… Ed io, se Teramo avesse avuto ed avesse rispettato un vero piano regolatore, e se si fosse preoccupata in tempo d’approntar piazze e parcheggi nell’immediata periferia, avrei già preteso l’isola pedonale per tutto il centro storico, da Porta San Giorgio a Porta Reale, da Porta Romana a Porta Melatina, così limitato com’è, così aduso da secoli a servi con due passi il piede dell’uomo!
Ma dobbiamo inchinarci – diacché siamo pure noi tra quelli che hanno compreso ed esaltato la ebrietudine cosmica – chinare la testa alle ragioni superiori, illuminate, disinteressate, comunitarie, lungimiranti, (gli altri aggettivi, lasciamoli alla tastiera), che han preteso nel dopoguerra la distruzione dei viridari e di vecchie fontane dentro la cerchia delle mura antiche; che han fatto scomparire il Parco del Delfico e la casa degli Antonelli; che han buttato sugli scarichi di Ponte San Francesco anche le reliquie del calcidico della basilica di Interamnia ed han sepolto proprio in questi ultimi tempi il «Ponte degli Impiccati», uno dei rari archi di ponte romano sopravvissuti in Abruzzo; che hanno sventrato senza discernimenti un umile ma omogeneo tessuto urbanistico dentro il quale e su cui i nostri maggiori monumenti avevano voce e bellezza; che han fatto funghire torno torno al Duomo ed all’Episcopio, al Teatro semidistrutto dai caterpullar ed all’Anfiteatro romani, alcuni falansteri d’uno squallore e d’una crudeltà ineffabili, misurati in altezza ed in ampiezza soltanto con geometrale esosa albagia; che hanno consentito l’abbattimento di porticati trecenteschi e quattrocenteschi di palazzotti barocchi, perché nel cuore dell’unica isola pervenutasi miracolosamente compatta, tra l’antica Cattedrale di Sancta Maria Aprutiensis (oggi Sant’Anna perduta nell’oblio, attorno alla quale si dovrebbe realizzare una piazza vera, come ha promesso per radio il sindaco Di Paola) e la mussoliniana Porta delle Grazie, tra il monastero di San Giovanni e la negletta Fonte della Noce, Stentorei si ergessero manieri di cemento e muraglie di carceri, chiusi ad ogni respiro urbano, opprimenti sul S. Antonio, S. Francesco e sui radi lacerti di quelle che Ignazio Carlo Gavini, aveva indicate come uno dei pochissimi esempi abruzzesi di case porticate del Tre-Quattrocento.
E che si sono arrovellate inoltre in troppe maniere a tagliuzzare e rifilare il Duomo nuovo, ma lo hanno poi circondato di frecce, dischi, ringhiere, insegne pubblicitarie, mattoni rossi e travertini politi, e vi han tolto d'attorno le arcaiche bancarelli «povere e fastidiose», terribilmente paesane, per sostituirle con almi parcheggi stipati di robot; che sono scese al fiume con casucce risibili, che han soffocato e cancellato d'orrori la collina del Castello e stan rifilando e sbranando l'aprica Piana del Vescovo e l'Oltrevezzola e cominciano ormai ad aggredire anche l'ostico ma virente Colle Izzone che dovrebbe essere salvaguardato come Gambacorta riuscì a far rispettare dalla speculazioni il Viale Mazzini ed il Parco delle rimembranze; che stan vieppiù decimando annose alterate stradali ma non si sono volute risolvere - nonostante suggerimenti e progetti già pronti - ad affrontare radicalmente, è un esempio solo, il problema del traffico sulla Teramo Giulianova; che non si son peritate di costringere un solo edile a denunciare, con adeguate garanzie, le cospicue e talora preziosissime scoperte archeologiche effettuate sempre durante ogni sterro in città; che non han voluto ancora riordinare un museo civico degno di tal nome (dalla più lontana Preistoria al Risorgimento, potrebbe essere, uno degli istituti più doviziosi e completi d'Italia) ed istituire un museo del folclore e non riusciranno mai ad aprire un museo d'arte sacra, del resto non più possibile dopo lo scempio ed i traffici che in provincia ed in città sono stati permessi da tutti, chierici e laici «favente Mercurio» - ad antiquari e pseudocollezionisti senza scrupoli.
E che riescono a trovare una nuova capiente definitiva sede per la biblioteca "Delfico" e per la Corale Verdi, e ad allestire un auditorium; che non han saputo ancora costruire una piscina e quattro campi di tennis, due belle palestre e salubri recinti per giochi infantili.
Stasera debbo essere triste, cari colleghi, perché m'andrebbe di continuare; ma a chi li facciamo questi discorsi, per chi ci ostiniamo a sprecare la nostra logorrea?
L'epicedio per Teramo e l'epicedio per noi stessi, per quel poco di umano e di intatto che ancora ci resta, e che ci strugge di sopravvivere: mentre attorno impazza ogni giorno di più la mostruosa (o forse meravigliosa) tregenda plutocratica che ciascuno di noi - senza discriminazione o alibi di sorta, per vigliaccheria, pigrizia ed egoismo qualunquismo - ha contribuito purtroppo ad alimentare».

Nessun commento: